Una morte

(astrologia di un suicidio)

di Rishi Giovanni Gatti, 21 giugno 2001

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Un saluto per Paolo

La notizia mi ha tagliato il respiro, e ho dovuto ricucirmi a furia di bestemmie e lanci di sassi: ti sei tolto la vita l'altra sera, appeso nel box, una lettera per chiedere scusa.

Ma io mi ricordo di te, da quando, poco meno che adolescenti, dovevamo frequentare quella speciale ginnastica per raddrizzarci le ossa che qualcuno riteneva storte, mentre erano solo le nostre ossa, né storte né dritte, semplicemente le nostre ossa.

Mi ricordo di te, più avanti, uscivi dal liceo, quello sguardo un po' assente, derisorio, simpatico.

Mi ricordo di te, ancora più avanti, una facoltà, poi un'altra, poi il servizio civile, in quello sguardo il seme di una ricerca che cercava il terreno giusto.

Mi ricordo di te, una sera d'estate, giravo con il mio cane per la città, un libro in mano, "Vigyan Bhairav Tantra", anch'io sfuggivo la noia, e ho incontrato la tua combriccola, lo scazzeggio del caldo, mi hai salutato, un abbraccio, poche parole, e in quello sguardo ci eravamo capiti: "e allora che fai?", ti ho chiesto; "lavoro in ospedale", e mi sembravi contento, forse sollevato, ma commentammo insieme "brutta storia, eh?", insomma ci eravamo capiti, il tuo tono era distaccato, il solito ghigno derisorio sul naso, anche fin troppo tranquillo, ci eravamo capiti...

Hai preferito andartene, e io mi ricorderò di te, e della tua lotta. Tanto lo so che adesso ancora stai lottando, con un'altra vita, un altro corpo. E allora...

Perché?
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Indagare nei motivi di un suicidio è sempre impossibile, sbagliato. Eppure, la Morte, il tema della morte e del morire, assorbono sempre tanta energia, troppa, tale da portarci a rimuoverne completamente il senso e l’importanza.

Proprio oggi abbiamo una nuova sorpresa: uno dei temi proposti per l’esame di Stato cosiddetto di “maturità” cita addirittura il grande poeta e maestro Cesare Pavese, anch’egli improvviso suicida, di cui ho qui una recente edizione Einaudi titolata Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Scrive il poeta:

Cesare Pavese <<
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi —
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo 1950
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Non solo la morte, ma il suicidio. Quello che diventa inevitabile quando si vede nello specchio riemergere un viso morto, o un labbro chiuso, che non parla.

Una chiave di lettura, seguendo il filo del poeta, è nell’Altro, nel riflettersi nell’altrove, nell’altro da sé, e non riconoscersi, non trovarsi, isolarsi.

Un’altra chiave, sempre offerta dal poeta, è nel Silenzio, in ciò che c’è ma che non si vede, non si sente. Il silenzio della pace, la ricerca della pace, di una qualità diversa, in cui il movimento e la lotta si riposano, si fermano, e sale un momento di sana stanchezza che diventa riposo, ricreazione, un semplice rilassarsi in ciò che ci circonda, con cui ci sentiamo in armonia.

Per questo si sceglie il suicidio? Per questo ci si crea la propria morte? Domande d’azzardo, domande inutili se sprecate nel nulla. Domande concrete e sincere se si introduce l’individuo, e la sua Carta natale, unica, irripetibile.

Paolo nasce nel Segno contraddittorio della Bilancia, per cercare di realizzare un equilibrio impossibile tra sé e l’Altro, e il suo Ascendente è nel Segno del Toro, che indica che il modo migliore per trovare la strada che conduce all’Armonia è quello del silenzio e della pace. E fin qui quello che il poeta – forse – voleva comunicarci trova un riscontro concreto in questo Oroscopo. anche se coniugare con efficacia le due intenzioni evolutive è molto sottile, visto il quinconce stretto che le collega.

Che poi la Luna sia nel Segno del Leone, il più orgoglioso e “creativo” degli archetipi zodiacali, non ci solleva dalla disperazione, e anzi ci terrorizza nel teorizzare che l’atto più creativo per l’essere umano è quello di scegliere come darsi la morte.

Vengono i brividi al solo pensiero.

Il doppio aspetto di quinconce tra la Luna all’apice da una parte e il Nodo Nord in sestile con il Mediocielo dall’altra, suggerisce una antipatia viscerale che Paolo viveva nei confronti del mondo, della società, e nei confronti di ciò che si deve diventare, il proprio mondo evolutivo. E l’aggiustamento necessario per sopportare questo conflitto è rimasto inconscio, non è stato agito fino in fondo. È arrivata prima la morte, e aveva i suoi occhi.

È Saturno che insiste, dalla Dodicesima Casa del Pericolo, con un altro intenso quinconce nei confronti della concentrazione della Bilancia, dove abita Giove congiunto al Sole e, per estensione, ad Urano. Il cosiddetto “grande benefico” qui si comporta da tiranno, non dona, toglie. Il quinconce diventa severo, raddoppia, non si aggiusta, non cede.

A volte, una prima lettura non basta, c’è bisogno di ricorrere all’Oracolo, al Caso, e viene facile consultare i Simboli Sabiani.

Scrive Rudhyar per il Quattordicesimo grado del Toro (l’Ascendente di Paolo):

Sulla spiaggia, i bambini giocano mentre il mollusco va a tentoni ai bordi dell’acqua.

La nota dell’autore è meno ambigua: Per recuperare la voglia di vivere, è meglio cercare la gioia nelle cose semplici.

Il suo consiglio finale, per questa fase dello Zodiaco, è cristallino: È meglio non esagerare con gli sforzi dell’ego e dell’ambizione. Hanno più valore, qui, le energie della natura e dei piaceri semplici, un atteggiamento di “vivi e lascia vivere”.

Per il Quattordicesimo grado della Bilancia (il Sole di Paolo) invece leggiamo:

Nel caldo del primo pomeriggio, un uomo si concede una “siesta”.

E nella nota esplicativa: La necessità di recuperare, all’interno dei modelli sociali quotidiani di attività.

Ancora il tema del rilassamento, dello scoprire come permettere fisiologicamente alla psiche di “digerire” le enormi quantità di stimoli che arrivano dall’esterno, dal mondo, senza impazzirne ma riuscendo a trovare quotidianamente un piccolo spazio protetto dove rifugiarsi.

L’invito alla meditazione, al rilasciamento, è presente nell’Oroscopo osservando la posizione di Nettuno: dal Segno mistico e sensuale dello Scorpione, parte la conciliazione con l’Asse Lunare (ad indicare una potenzialità evolutiva essenziale in questa vita) ma parte anche la quadratura difficile con la Luna, le viscere, ed il fastidio che da lì sorge e rende difficile l’aquietamento emozionale.

Non ho fatto in tempo ad incontrare Paolo per spiegargli il suo Oroscopo con queste mie parole. È arrivata prima la morte, ed aveva i suoi occhi. Ma niente mi può garantire che lo avrebbero “salvato”, e forse è anche inutile pensarlo. Però, sempre, l’Oroscopo rivela delle congiunzioni, dei contatti, delle ripetizioni significative, e decidere di andarsene prima di averlo conosciuto è una vera perdita, una mancanza, un peccato.

Qui, ad esempio, la Parte di Fortuna (notturna, quella dello Spirito, dell’Anima) è nel Segno protettivo e riservato del Cancro, e invita il nativo a prendersi cura di sé, a guarirsi, non solo a nascondersi, e l’opposizione di Marte dal Segno determinista del Capricorno, ferocemente quadrato alla Bilancia, sarebbe stata, se conosciuta e consapevolmente agita, meno violenta, meno definitiva.

Non è successo. Paolo non ha incontrato, in questa vita, la simbologia del suo Oroscopo, non ne ha potuto indagare il metodo, il significato. Ha vissuto il suo tormento interiore, la sua depressione, senza appigli, senza appoggi, senza una struttura superiore che potesse sorreggere la sua ricerca (Nona Casa in Capricorno). E, nella sua solitudine, ha scelto diversamente, ha scelto di terminare la sua esperienza, se ne è andato prima.

Ma, alla fine, chi siamo noi per giudicare? Vogliano i lettori cosiderare il mio articolo come un invito alla riflessione, al silenzio, per poter utilizzare la forza dei simboli astrologici in chiave evolutiva e dinamica, utile per aprire lo sguardo e la comprensione al di là del fallimento e della rinuncia.

PS: il 22 marzo del 1950, quando Pavese scrisse i versi del “Verrà la morte...”, la Luna era in transito proprio a cavallo del Quattordicesimo grado del Toro.